il MULINO Chiolero

di Pierangelo Chiolero

IL 7 DICEMBRE SI E' SVOLTA LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PIERANGELO CHIOLERO, "il MULINO CHIOLERO", PER INFORMAZIONI SULL'ACQUISTO facebook/pierangelo.chiolero e qui di seguito un po' di notizie donateci dall'autore....

- Le origini del mulino Chiolero, si perdono nella notte dei tempi… - , direbbe qualsiasi giovanotto di Mompantero al quale avessi sciorinato, per desiderio di conoscenza di entrambi, la storia del vecchio mulino dislocato in frazione SS. Trinità, zona Portaferrata .

E sì!, un antico mulino munito di canale per l’acqua, paratoie e di grande ruota idraulica verticale in legno, così confacente alla rappresentazione dell’immaginario collettivo da apparire inventato, ma che ho avuto il piacere di vedere ancor funzionante nei suoi ultimi momenti di attività, ossia i primi anni del 1960, nella mia felice infanzia.     

In realtà, le origini del Mulino andrebbero collocate nella seconda parte del 1700, così mi riferiva mio padre con buona approssimazione, quindi poco più di sei generazioni di discendenti, che sul piano storico, sono poca cosa.

Procedendo a ritroso nella storia generazionale della mia famiglia, tramite documenti che, grazie a Dio, i miei predecessori hanno conservato attraverso due guerre mondiali e un ‘800 intriso di particolarismi e voglie di unità d’Italia, sono risalito fino a un tale Domenico Chiolero, nativo di Chialamberto (alta valle di Lanzo), il cui figlio Giovanni Battista (o Giò Battista come si firma in un atto notarile del 15 febbraio 1820, ossia appena 6 anni dall’inizio della Restaurazione con il ritorno dei Savoia in Piemonte) risulta domiciliato a Mompantero Borgata della SS.ma Trinità, località in cui sorge il mulino.

Questo è il più antico e probabilmente reale collegamento che attesta il legame fra i Chiolero (Chiolerio in altri atti del 1834 e 1836) e il mulino, posizionato sulla strada poco prima della borgata, ai piedi delle rocce, presso un dislivello del terreno (più tardi salita Chiolero), che consente la caduta dell’acqua della bealera sulla ruota idraulica.      

Non meno importante è l’atto notarile del 25 marzo 1836, redatto dal notaio Giovanni Battista Sertour, ( tutti Giovanni Battista!) con studio in Susa presso casa Ghiotti, il quale compila un atto di compravendita fra i signori Carlo Bruno e Filippo Chiolerio, figlio di Giò Battista (Chiolero o Chiolerio, ma in seguito la “i”, come in molti casi di cognomi alterati, si perde!) “nativo et abitante in detto luogo”, relativo ad un “pezzo verso levante di terreno, sul territorio di Mompantero alla regione di Porta Ferrata…” .

Ora, al giovanotto di prima, la regione Porta Ferrata non dirà nulla, salvo consegnargli alla memoria immagini antiquate di ingressi o passaggi blindati, di medievale memoria.

In effetti, sarebbe assai vicino al vero, trattandosi di una zona di pagamento pedaggio di una tassa, che i duchi di Savoia richiedevano al passaggio di quel particolare punto, stretto tra la collina della Brunetta, il torrente Cenischia e le rocce, sulla antica Strada Reale che risaliva la val Cenischia, per poi procedere attraverso il colle del Moncenis fino nella vicina Savoia, infine in Francia.

Ma noi che abbiamo qualche anno in più sulle spalle, e che ricordiamo gli aforismi dei nostri anziani, sappiamo che “Porta Frà” e Porta Ferrata sono la medesima cosa, e che tale zona è identificabile con le pertinenze di quello che era il vecchio mulino Chiolero.

Infine, fa fede un altro documento antico, un Estratto d’Atto di Nascita e di battesimo redatto in San Giusto di Susa il 17 aprile 1851, in cui si attesta la nascita di Maria Francesca Chiolero, figlia di Margherita Dallasio, contadina, e Filippo Chiolero di professione mugnaio, coniugi domiciliati a Mompantero, padrino Pietro Chiolero(il primogenito), madrina Domenica Favro, seguono le firme fra le quali quella del parroco di San Giusto, don Emiliano Braida.

Ecco quindi che, grazie ad alcune carte ingiallite e all’applicazione della logica, possiamo stimare, salvo testimonianze diverse, la relazione di proprietà fra il Mulino e codesti Chiolero (o Chiolerio) originari della valle di Lanzo.

In tempi più recenti, si fa per dire, compaiono le nuove generazioni dei Chiolero, con varie documentazioni relative a mio bisnonno Giovanni Battista ( ancora!) Chiolero ( 1877- 27 gennaio 1927) fu Pietro (figlio di Filippo), poi a mio nonno Pietro Edoardo Chiolero ( 3 gennaio 1898- 1956), infine a mio padre Adriano Chiolero ( 19 ottobre 1921- 26 gennaio 1990) , che col fratello Dante, le sorelle Rosanna, Graziella e Cristina e soprattutto la loro madre, mia nonna Clelia Vottero, fu Pietro Marco, collaborarono agli ultimi anni di attività del mulino bicentenario. 

Ciò detto, veniamo a conoscere il mulino, così come lo ricordo e come appariva negli anni ’60 ma, sottolineo, come doveva apparire anche cent’anni prima, perché la tecnologia dell’epoca era di lento progresso e si basava su pochi concetti essenziali, semplici, ma dalle peculiarità durevoli.

Dunque, per fare funzionare un mulino idraulico ci voleva l’acqua, e questa giungeva attraverso un ruscello che fuoriusciva dalle ultime case della borgata e arrivava alle paratoie in legno, dividendosi fra il piccolo canale che la indirizzava sulla ruota a pale, e un salto di alcuni metri che la deviava in un secondo alveo, quando non era richiesto il suo utilizzo come forza motrice.              

L’acqua perciò, arrivava dall’alto e precipitava sulla ruota esterna facendola ruotare in senso orario, una ruota in legno di circa2,50 metridi diametro, munita di pale, ossia di semplici assi di legno posizionati perpendicolarmente all’asse della medesima.

Un comando interno al mulino, cioè una lunga sbarra di ferro che fuoriusciva dal muro, serviva per bloccare il flusso dell’acqua, tramite un asse a paratoia, e fermare il meccanismo.  

Operando una descrizione elementare, si può immaginare il mulino come un grosso cubo, fatto di mura in pietra amalgamate a calce, sul cui lato versola Franciaera imperniata la grande ruota verticale esterna battuta dall’acqua, che era resa solidale tramite un enorme perno in legno a quella altrettanto grande, posta all’interno.

Sulla ruota interna, fatta di legno spesso, compatto e liscio, scorreva un’enorme cinghia in cuoio, che trasmetteva il movimento rotatorio ad un ordine di pulegge in legno di diametro inferiore che, posizionate sulle pareti e, a loro volta, collegate con cinghie più piccole, dividevano quella forza motrice in più unità di forza, tali da alimentare la macina e altri meccanismi, tra cui la tramoggia che faceva scendere i chicchi di grano, o di segale, all’interno della macina.    

Tre delle pareti del mulino erano quindi attrezzate con queste pulegge, cinghie, alberi ruotanti e coppie coniche che giravano, vibravano e sfrigolavano, dando la sensazione di un macchinario tecnologico, quantunque obsoleto. Ma, data la giovane età, il suono che più mi colpiva era il trillo del campanello che annunciava l’avvenuta macinatura della farina, e il conseguente sacco pieno da sostituire.   

 

La macina, il vero e proprio utensile per produrre la farina, era composta da due dischi cilindrici di graniglia, spessi pressappoco 40 cme dal diametro compreso fra i 140 e i 150 cm, dall’enorme peso di circa 2.300 kg( come appare dalla bolla di consegna di: due macine per mulino, dalla ditta Luigi Zanelli a Pietro Chiolero il 13 ottobre 1928). Occupava l’angolo nord dell’edificio ed era posta su un robusto palco che consentiva il controllo del suo funzionamento, la piccola manutenzione e pulizia, nonché il posizionamento dei sacchi vuoti da riempire di farina, proprio sotto l’imbuto di scarico, e il loro veloce accatastamento nel locale adiacente.        

Dei due dischi della macina, quello inferiore era fisso, mentre quello superiore, era posto in rotazione da un albero che prendeva il moto dalla solita ruota. Nel disco superiore, munito di scanalature, era ricavato un foro mediate il quale veniva fatto scendere il prodotto da macinare, regolato da una tramoggia sovrapposta, provvista di un trabatto a scuotimento. 

Un argano in legno, ancorato al muro, serviva a sollevare il disco superiore per le operazioni di pulizia o la rimozione del medesimo.

La produzione di questa macina era in funzione delle ore di utilizzo, ma sicuramente arrivava a diversi quintali di farina al giorno, come ci svela la Licenza di Macinazione per Molini di 2° categoria del giugno 1943 che attesta la potenzialità nelle 24 ore di q.li. 410

Sul lato est era montato, a centro parete, un grande contenitore detto büratt (buratto) ricolmo di farina che veniva selezionata dalla crusca tramite un setaccio girevole di betulla con una rete a maglie intrecciate, a fori finissimi. 

Il tetto del mulino era in travi a vista con copertura di lose, mentre il pavimento, negli anni in cui l’ho visto, era rivestito di cemento; basta però pensare all’800 per immaginarlo ricoperto di pietra o in terra battuta. Alcune piccole finestre, posizionate in alto, portavano nell’interno una debole luce. Non ricordo di aver mai visto una stufa o qualsivoglia strumento per produrre calore. Ricordo invece l’umidità e il freddo, e la grande ruota esterna ricoperta di ghiaccio.

Nel locale del mulino si trovavano un’infinità di oggetti che mi incuriosivano: dalle sessole (palette) in legno per il grano o la farina ai setacci di tutte le taglie, dalle cinghie in cuoio di scorta agli attrezzi in ferro giganteschi, dal carrello per spostare i sacchi alla bilancia, una grande “basacula” per pesare i sacchi, con asta graduata e una fila di pesi esagonali in ferro di varie dimensioni.

Per completare il corredo, al centro del palco della macina, faceva bella mostra di sé un tavolino a ribalta, colorato d’azzurro, entro il quale stavano i libri contabili e i registri di vendita sui quali mio bisnonno, poi mio nonno e mia nonna, segnavano il nome dei clienti, il quantitativo macinato e il ricavo in lire e centesimi.

I locali adiacenti al mulino consistevano in una serie di vani.

A est, un ampio ingresso coperto che consentiva l’entrata dei carri per lo scarico delle granaglie e il carico del prodotto finito, una piccola stanzetta detta pastin dalla quale si accedeva alla bocca del forno, un forno in muratura utilizzato per le esigenze famigliari, ma anche per la produzione e vendita di pane ai paesani di Mompantero e dei paesi vicini. Ricordo il pesante sportello in ghisa del forno (che ancora possiedo!) che si apriva su una cella lunga e piatta, rivestita di mattoni refrattari, entro la quale mio padre accendeva fascine di “sermenti” e piccole cataste di rami secchi.

L’odore dei “micconi”, contrassegnati dal segno della croce, la fragranza e il calore umido delle “biove”, il croccare dei grossi grissini sono ricordi che faticosamente riemergono dal mio passato.

Oltre al pane, si cocevano anche dolci e le tipiche torte di patate, per le quali i clienti erano disposti ad attendere dei pomeriggi interi.         

A sud, attigue al mulino, alcune stanze rappresentavano l’alloggio della famiglia Chiolero, una cucina al pianterreno, una camera padronale al primo piano, un ampio solaio, un cortile con gabinetto e un’officina attrezzata con la forgia, perché mio bisnonno era anche fabbro, come attesta un contratto: di assicurazione contro gli infortuni della Società Anonima Italiana, polizza n° 185359, classe speciale, datata Susa 13 gennaio 1914, che lo identifica come: Proprietario officina elettrica per l’illuminazione e forza motrice - Proprietario molino ad acqua – Fabbro ferraio che lavora. Per i curiosi, la polizza annuale costava 48 lire e 49 centesimi, e valeva lire5.000 in caso di morte o invalidità permanente.

In questa officina, contraddistinta dall’odore di caligine e del carbone per la forgia, comparivano ogni sorta di attrezzi tecnologici dell’epoca: un banco di lavoro con morsa in legno, pinze, tenaglie, pialle, chiavi mastodontiche, martelli e scalpelli, enormi chiodi, viti e bulloni, attrezzi ignoti e alcune madie tarlate, dove si potevano scovare vecchi libri di scuola desueti e pagelle dimenticate. 

La clientela del mulino Chiolero era per lo più composta da proprietari terrieri che necessitavano di macinare i propri raccolti per vendere la farina, e da famiglie di contadini che la utilizzavano per uso personale. Essendo uno dei pochi mulini della zona facilmente raggiungibile dai paesi della val Cenischia, col vantaggio di accedervi direttamente dalla strada e la possibilità di avere cotto il pane, la clientela non mancava. Per citare un esempio: la Bolletta di macinazione n°42 intestata a Croce Anna Maria del comune di Giaglione che nell’anno 1947 fa macinare per uso familiare quintali uno e novantotto chilogrammi di segale, seguono ora, giorno e mese dei vari ritiri di sfarinato e le firme, per ogni ritiro, del mugnaio mio nonno Pietro Chiolero.

Tutto era documentato e registrato con meticolosa prassi.      

Voglio anche pensare che i miei avi disponessero di buona pratica e capacità, tanto da soddisfare le esigenze di tutti, prova ne è che il mulino funzionò costantemente, per tutto l’800 e buona parte del ’900 fino, come ho detto, agli anni ’60.

Di certo i problemi da superare furono molti. Considerando solamente l’ultimo secolo, come non menzionare la prima guerra mondiale che vide allontanare dal mulino il primogenito diciannovenne Pietro Edoardo (mio nonno), impegnato col battaglione Exilles a combattere nel Friuli. Poi vennero gli anni del fascismo e la seconda guerra mondiale, con le ondate di miseria e povertà.

A questa situazione faceva eco una cronica necessità di denaro, ben evidenziata da decine di documenti in cui si attestano prestiti e ingiunzioni a carico dei mugnai di Mompantero.   

Ad inizio secolo, l’attività principale si spostò sulla produzione di corrente elettrica, quando mio bisnonno Giovanni Battista, con notevole piglio imprenditoriale, decise l’istallazione di una turbina per la produzione di energia elettrica, sfruttando il piccolo salto dell’acqua a monte della paratoia del mulino. Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò la prossima volta.

 

 

Genealogia:

 

                                           Domenico Chiolero nativo di Chialamberto.

                    Giò Battista Chiolero : figlio di Domenico, coniugato con Maria Rosa   Dovinetto.

                    Filippo Chiolero : figlio di Giò Battista, coniugato con Margherita Dallasio.

                    Maria Francesca Chiolero, Michele Chiolero e Pietro Chiolero, figli di Filippo.

 

Trisnonno: Pietro Chiolero fu Filippo (nato?), coniugato con Marianna Favro fu Domenico.

                   

                  Figli: Giovanni (Giò) Battista Chiolero

                             Luigia Chiolero.

 

Bisnonno: Giovanni Battista Chiolero fu Pietro (nato a Mompantero il 19 aprile 1877- 27 gennaio 1927), coniugato con Teresa Maria Antonietta Pognante.      

 

                  Figli: Pietro Edoardo Chiolero (nato nel 1898)

                           Romeo Chiolero (nato nel 1902)

                           Giustina Chiolero (nata nel 1904)

                           Apollonia (Pomina) Chiolero (nata nel 1907)

                           Arturo Chiolero (nato nel 1910).

 

Nonno: Pietro Edoardo Chiolero ( 3 gennaio 1898 – 1956 ) coniugato con Vottero Clelia.

 

                 Figli: Adriano Chiolero (nato il 19-10-1921)

                           Dante Chiolero ( nato il 29-3-1924)

                           Rosanna Chiolero (nata il 01-01-1928)

                           Grazia Chiolero (nata il 28-04-1937)

                           Maria Cristina Chiolero (nata il 04-05-1944)  

 

Padre: Adriano Chiolero ( 19 ottobre 1921 – 26 gennaio 1990) coniugato con Lucia Bernard.

 

Date relative all’azienda:

- Il 20 settembre 1912 viene fondata la ditta “Chiolero e C. Officina di Corrente elettrica” con sede frazione SS. Trinità Portaferrata.

 

- Dal 27 gennaio 1927, alla morte di Giovanni Battista, la società diventa “ Ditta eredi di Chiolero G.B”.

 

- Il 15 giugno 1930, cessazione dell’esercizio per la produzione dell’energia elettrica, presentata alla provincia di Torino. La turbina tace, il mulino continua instancabile. 

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3°Passeggiata Enogastro- -nomica tra i Rifugi -30 AGOSTO 2015

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